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Karrasegare Osinku: il Carnevale di Bosa

Dopo la Sartiglia di Oristano parliamo di un altro pezzo importante del Carnevale di Sardegna: quello di Bosa, cittadina peraltro non distante da Oristano.
Anche il Carnevale di Bosa, conosciuto come Karrasegare, ha radici storiche antichissime, e conserva ancora oggi il fascino di tradizioni secolari entrate nell’alveo degli eventi imperdibili del territorio.

La festività tradizionalmente cominciava subito dopo Capodanno, mentre col tempo è sopravvissuta specialmente l’ultima parte, collocata a partire dalla festa di Sant’Antonio Abate. Il suo significato è composto da molti elementi, che nascevano in risposta alla fine della rigidità dell’inverno.

A differenza di altre manifestazioni carnevalesche dell’isola, quella bosana è più scanzonata e ironica di forte matrice pagana, che unisce l’aspetto propiziatorio della fertilità alla spensieratezza della vita quotidiana. Uno dei temi portanti del Carnevale bosano è il tema della sessualità vista come elemento giocoso e significativo proprio dell’ordinaria quotidianità.
I momenti più importanti della festa cominciano il giovedì grasso, con il Lardazholu. La mattina e il pomeriggio, le maschere attraversano la città cantando, prendendo in giro la gente, e facendo la questua nelle case, per raccogliere derrate alimentari che verranno poi utilizzate per il cenone della serata.

Di recente introduzione invece la festa delle cantine, organizzata il sabato, in cui gli ospitali proprietari lasciano aperte le loro cantine e offrono vini e cibi tipici alle maschere che si aggirano festeggiando nella città.

Il giorno clue dell’evento bosano è però il martedì grasso, all’insegna di Gioldzi, Re Giorgio, il simbolo del Carnevale che viene in genere rappresentato come un fantoccio. La mattina la città si riempie di Attittadoras, donne vestite completamente di nero con lo scialle e il corpetto del lutto per la morte di Gioldzi: durante s’Attittidu, la città si popola dei lamenti delle donne che si girano con un bambolotto in braccio, che rappresenta il bambino che muore di fame. Fino al tramonto vanno in cerca del latte per sfamarlo, e gli astanti cercano scherzosamente le giovani ragazze per cercare di palparle in cerca di latte.

Il tutto è molto scanzonato e allegro, e balli e canzoni accompagnano scherzi a sfondo sessuale.
Al volgere della sera spariscono le maschere nere e appaiono le maschere in bianco, che corrono per le vie del centro in cerca di Gioldzi, che nella tradizione si nascondeva nei genitali delle persone. Le maschere bianche rappresentano le anime che danno l’addio al Carnevale, e rappresentano il momento di massima goliardia della festa.
Quando alla fine Gioldzi viene ritrovato, i fantocci vengono bruciati in grandi fuochi che alimentano la notte delle piazze di Bosa.

Il tempo trasforma il significato della tradizione in un’eco lontana, ma il Karrasegare, cui è dedicata anche un’omonima canzone dei Tazenda, rimane sempre una miscela esplosiva di folklore e spensieratezza che si lascia alle spalle la carestia dell’inverno.

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